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La terza età e un digitale inclusivo (per tutti)

Pratiche amministrative, servizi bancari, rapporti sociali… Per un gran numero di attività umane, il digitale è ormai una modalità d’accesso letteralmente imprescindibile. Eppure, una parte significativa della popolazione, a cominciare da suoi esponenti più anziani, non ha accesso o utilizza molto poco i dispositivi digitali. In un momento in cui la crisi sanitaria rende necessario il distanziamento fisico, facciamo il punto su una realtà troppo trascurata e sulle soluzioni per affrontarla. 

The keys to inclusive digital

Il 36% dei cittadini britannici di più di 65 anni non utilizza mai o quasi mai Internet (1).In Europa, solo il 57% dei cittadini della fascia 55-74 anni utilizza regolarmente Internet, contro il 96% della fascia 16-24 anni (2). Tutti gli studi sull’argomento giungono alle stesse conclusioni: con il livello di istruzione, l’età è un fattore determinante nell’utilizzo del Web. Anche se la proporzione di utilizzatori fra gli individui di oltre 70 anni cresce regolarmente, c’è ancora molto da fare.

Questi dati nascondono tuttavia situazioni contrastanti: gli “over 60” non possono essere ovviamente considerati come un insieme omogeneo. “Nei fatti, gli individui della fascia 60-75 anni padroneggiano relativamente bene il digitale”, spiega Périne Brotcorne, ricercatrice in sociologia del Centro Interdisciplinare di Ricerca su Lavoro, Stato e Società (CIRTES) presso l’Università Cattolica di Lovanio (Belgio). “Al di là dei 75 anni, siamo invece di fronte ad una popolazione con uno scarso uso della tecnologia. Quando ne parlo con loro, mi accorgo che sono divisi fra rabbia e disagio”. Un rapporto della startup sociale WeTechCare (3) sottolinea ad esempio che, fino a 75 anni, il divario digitale appare più sociale che generazionale: gli anziani formano un gruppo molto diversificato, con sfide, desideri e ostacoli molto diversi.

 

Molti ostacoli da superare

Uno dei primi fattori spesso citati è quello della scarsa accessibilità delle tecnologie. Ancora oggi, più della metà delle persone di più di 75 anni non dispone ad esempio di una connessione Internet a casa (4). Altro fattore di disagio: l’assenza di competenze e di canali di apprendimento per le persone più anziane. Il 66% della fascia 60-75 anni, e perfino il 90% di chi ha più di 75 anni, riconosce di avere almeno una seria lacuna nell’utilizzo di Internet, contro il 47% del resto della popolazione (5). Allo stesso modo, al di là di una certa età, molte meno persone sanno guardare un video su Internet, utilizzare i social network ed esplorare il Web con il proprio smartphone.

Esaminando i dati da vicino, da queste varie situazioni emerge un denominatore comune: il fattore psicologico, motivazionale. Più che l’incapacità, è in gioco la percezione del digitale, l’assenza di interesse presso questa fascia di popolazione. Timori, stanchezza, scarsa fiducia in se stessi, persino rifiuto ideologico... Queste e altre ragioni vengono regolarmente rilevate dai vari studi internazionali sull’argomento. Una diffidenza d’altra parte comprensibile: “Un parte della popolazione affronta la vita quotidiana con meno urgenza, con una forte esigenza di socializzazione”, nota Périne Brotcorne. “Gli “over 60” non hanno gran voglia di chiudersi in casa. Andare in banca, in comune, significa avere contatti sociali. La nuova norma digitale con corrisponde necessariamente alle loro esigenze”. Eppure, questa tendenza non è irreversibile. Il ruolo chiave rivestito dalla motivazione ha un aspetto positivo. “Quando riusciamo a convincere, a dimostrare l’utilità di questi strumenti, il digitale funziona”, sottolinea Katerina Zekopoulos, project manager per la terza età di WeTechCare.

 

Player digitali, Stati, tutor digitali: una responsabilità da condividere meglio

Un esame attento delle inchieste sull’argomento potrebbe anche suggerire un certo ottimismo. Ad esempio, il 94% delle persone anziane che hanno seguito un corso di formazione dedicato al digitale si è dichiarato soddisfatto, scoprendo un utilizzo molto più articolato del Web, a fini pratici, ricreativi o sociali. Tuttavia, in Francia, solo un terzo delle persone anziane ha ricevuto ad esempio un aiuto o una formazione. Peggio, solo l’11% di chi non utilizza il Web afferma di aver voglia di seguire un training (6). La motivazione è quindi un fattore decisivo. E-mail e social network per dare una nuova dimensione ai rapporti con la famiglia, siti di genealogia per stabilire un legame fra le generazioni, contenuti testuali e video per favorire l’apertura verso il mondo, siti per la semplificazione delle pratiche burocratiche: questi sono i principali centri di interesse degli anziani, che devono essere posti al centro delle iniziative di sensibilizzazione e di supporto.

Una volta risvegliato l’interesse, bisogna però essere in grado di proporre soluzioni di supporto. Ma i paesi europei che hanno attuato programmi di formazione per l’utilizzo delle nuove tecnologie sono rari. Le principali iniziative sono portate avanti da associazioni o realtà private, come WeTechCare in Francia. La startup sociale ha creato in particolare “Les Bons Clics” (7), una piattaforma di insegnamento che punta a lottare contro il divario digitale, utilizzando dei “tutor digitali”. “La strada è ancora lunga, ma stanno nascendo molte iniziative, spiega Katerina Zekopoulos. Oggi, la nostra piattaforma è utilizzata da oltre 6.000 strutture.” In Francia, fra i player dell’inclusione digitale ci sono gli istituti previdenziali, come la “Caisse nationale d’assurance vieillesse” della regione Ile-de-France, che propone workshop collettivi di 10 sedute, attraverso la sua offerta di prevenzione promossa dal PRIF (organismo di prevenzione dedicato ai pensionati).

In un momento in cui nessuno riesce a prevedere la fine della crisi sanitaria, la sfida è troppo importante per non sostenere maggiormente simili iniziative. “Concentrando l’attenzione sui player sociali e sui tutor digitali, si dimentica la responsabilità di coloro che creano i servizi”, sottolinea Périne Brotcorne. “Si sposta la responsabilità sugli utenti, che devono formarsi, imparare ad apprendere…” Risultato: l’onere grava sugli utilizzatori di ogni età e livello, così come sugli operatori sociali che li aiutano. “Non si parla abbastanza della responsabilità di coloro che progettano i servizi”, prosegue la sociologa. “È il momento di capovolgere la prospettiva, sottolineando la responsabilità degli Stati e dei fornitori di servizi digitali.” Creare soluzioni digitali più inclusive: una sfida indubbiamente troppo sottovalutata, eppure essenziale, per i player dell’universo digitale.

 

Note —

1. Studio ONS, Internet Users, 2018

 2. Studio CSA per i “Petits frères des pauvres”, 2018

 3. https://wetechcare.org/blog/2018/02/19/wetechcare-a-presente-son-rapport-inclusion-numerique-un-investissement-rentable-au-secretaire-detat-charge-du-numerique/

 4. Studio ONS, Internet Users, 2018

 5. Studio CSA per i “Petits frères des pauvres”, 2018

 6. Studio CSA per i “Petits frères des pauvres”, 2018

 7. https://www.lesbonsclics.fr/fr/

Contenuto pubblicato da CPR Asset Management su: https://trendsformative.com/fr/les-cles-pour-un-numerique-inclusif-pour-tous-nos-aines/

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